Dal Mondo Economico

 

a cura di Giovanni Centola

SERGIO TACCHINI

  • 65 anni, novarese, campione di tennis degli anni Sessanta. Nel ’66, a 28 anni, termina l’attività agonistica e da subito inizia a produrre con il proprio nome abbigliamento per il tennis, in parte innovando con l’introduzione del colore e di linee stilistiche coordinate.
  • Alla fine degli anni Ottanta, con la prima internazionalizzazione del business e l’allargamento dell’offerta a capi per sci, golf e nautica, l’azienda vive una fase di forte sviluppo. Nel 1992 il presidente Tacchini (suo figlio Alessandro è amministratore delegato) è nominato Cavaliere del lavoro.
  • Ancora negli ultimi anni, la Sergio Tacchini è cresciuta a un ritmo medio del 10%, chiudendo il 2003 con un fatturato consolidato di 144 milioni, per circa il 55% estero. L’azienda ha sedi a Bellinzago (No) e a Milano, mentre fuori dall’Italia dispone di filiali commerciali in 8 Paesi. Gran parte della produzione è delocalizzata nell’Est europeo e nel Far East asiatico.

VERSO I MERCATI EXTRA-EUROPEI

Cavalier Tacchini, è vero che l’abbigliamento sportivo sta vivendo un periodo di crisi?
Non parlerei di crisi di settore, bensì di crisi generalizzata dei consumi, dovuta a mancanza di fiducia. Se la fiducia “riparte”, ripartiremo anche noi dell’articolo sportivo.
La Sergio Tacchini sta andando comunque bene. Ragioni particolari?
Abbiamo proseguito l’azione commerciale nei mercati esteri, in particolare in Europa, dove oramai siamo ben radicati, e abbiamo continuato ad aprire punti vendita monomarca. Oramai ne abbiamo 240, per due terzi in franchising.
Altra sfida: il tennis registra oramai da tempo un continuo calo dei praticanti. Come avete risposto?
Abbiamo mantenuto il nostro posizionamento grazie al prodotto, che ha una sua precisa identità, ai materiali usati e alla qualità. Se non altro in questo modo abbiamo fidelizzato la nostra clientela.
A proposito di identità, come presenterebbe il marchio Sergio Tacchini?
Si tratta di un marchio specializzato in pochi sport e di fascia medio-alta, non di nicchia ma quasi, e con un’ottima immagine.
Basta questo per continuare a poter operare da “indipendenti”, e con tranquillità, nonostante la presenza dei colossi di settore?
Direi di sì. La concentrazione dell’offerta, via acquisizioni, non necessariamente dà luogo a sinergie. D’altra parte, nello sport, le grandi realtà globali sono solo 3-4 e la maggioranza dei marchi importanti ha più o meno le nostre dimensioni.
Cosa ha trasferito dalle sue esperienze agonistiche all’attività imprenditoriale?
La costanza, la consapevolezza di non dover mai abbassare la guardia, l’intuito e il senso dell’innovazione.
Programmi di breve o medio periodo?
Abbiamo appena rilevato dal nostro partner locale il 100% della filiale Sergio Tacchini giapponese. Lavoreremo quindi sull’ulteriore sviluppo del mercato del Sol Levante, ma non solo. Abbiamo piani molto ambiziosi anche per la Cina. E in più contiamo di tornare in forze il più presto possibile negli Stati Uniti, un mercato nel quale in passato eravamo già presenti ma che poi (per ragioni varie) abbiamo abbandonato.
In quanto al rischio aziendale (in senso tecnico), qual è il suo approccio?
Il rischio lo si cerca di coprire attraverso la consulenza di professionisti specializzati.

 

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