Dal Mondo Economico
RODOLFO VISSER
Business Intelligence: come non aspettarsi sorprese dal futuro
Consulta abitualmente i siti del Times of Theran e della neswletter filo-israeliana
Debka file e non ha problemi ad affermare che, tempo qualche anno, il nucleare
tornerà in Italia o che l’India e la Cina potrebbero fondere le
rispettive valute. Informato Rodolfo Visser lo è senz’altro -
e spesso con punti di vista abbastanza originali. “Nel business l’andare
con il gregge si rivela spesso un limite”, osserva. “Perché per
esempio migliaia di aziende del Triveneto sono tutte andate a delocalizzarsi
in Romania (e buona parte a loro volta a Timisoara) quando molto avrebbe invece
deposto a favore di altre destinazioni, a cominciare dalla confinante Slovenia”.
E questo introduce il personaggio, intervistato in esclusiva da Assiteca. 63 anni, milanese ma residente a Lugano, l’ingegner Visser ha a lungo lavorato in multinazionali Usa, principalmente in ambito finanziario e di analisi macroeconomiche. Da una decina d’anni è consulente di business intelligence, un’area d’attività traducibile con “informazioni finalizzate al business” e nella quale, oltre ad aver collaborato con realtà quali Telecom e Pirelli, è relatore alla Bocconi-Space, ha scritto per Limes e per l’inserto “Risiko” del Riformista.
D.
Innanzitutto ingegnere, può spiegare
un po’ meglio
cosa si intende per business intelligence? Per esempio, quando e dove nasce?
E che differenze ci sono con le comuni ricerche di mercato?
R. La
business intelligence è quel complesso di discipline, delle quali
le ricerche di mercato fanno parte, che, tenendo conto di aspetti quali la
locazione geografica, la concorrenza e la supply chain, valutano le diverse
opportunità aziendali di apertura, insediamento o fuga. In altri termini
si tratta di un’attività a carattere strategico, con l’obiettivo
di fornire analisi a supporto delle decisioni imprenditoriali, e che presenta
molte affinità con quanto è tradizionalmente dato per acquisito
in ambito militare (spionaggio, controspionaggio, analisi e stima di forze,
territori avversari, etc). Non a caso la corporate intelligence si è sviluppata
dopo la seconda guerra mondiale e partendo proprio dalle realtà militari,
in particolare nel mondo anglosassone e soprattutto negli Usa. Un Paese dove
oramai sono anche le pmi a fare abituale ricorso a servizi di business intelligence.
D. E in Italia?
R. Lo sviluppo è stato più lento
e faticoso. Tuttavia si può affermare
che oggi, anche attraverso specialisti interni, ne sia coinvolta gran parte
delle grandi aziende. Il consulente più noto e gettonato in Italia è comunque
ancora Edward Luttwak, che parla sì italiano molto bene ma che opera
da Washington.
D. Prima ha parlato di “complesso di discipline”, ma quali
sono quelle cui voi addetti ai lavori fate maggior riferimento?
R.
Dobbiamo saperne soprattutto di geopolitica e di geoeconomia, essendo la
business intelligence in molti casi utilizzata dalle aziende al fine di stabilire
l’opportunità di una propria presenza in una data area del mondo.
Toccherà allora approfondire aspetti di fattibilità locale, che
vanno dalla dotazione infrastrutturale all’esistenza di incentivi e disponibilità fiscali,
dalla dinamica valutaria all’idoneità di eventuali partner, dal
grado di cooperatività sindacale al profilo delle interfacce governative.
In questo modo si aggirano gli errori più facilmente evitabili - vedi
qualche anno fa quello di andare a investire in Argentina. E non solo, così si
ha anche modo di puntare sui mercati più profittevoli: non capisco perché oggi
tutte le compagnie telefoniche si affollino in Grecia invece di puntare sul
più promettente Sud Africa.
D. C’è un’area in tutto il mondo verso la quale
lei personalmente ha minore dimestichezza?
R. Forse la Cina, dalla
quale siamo ancora separati da una profonda diversità.
Del resto, al loro interno, sono molto diverse e distanti tra di loro molte
regioni cinesi. E’ recente la notizia di una sentenza del tribunale di
Pechino che è stata tranquillamente e del tutto ignorata a Shangai.
D. Come si ottengono le informazioni?
Oramai quasi il 90%
sono reperibili attraverso i media, a cominciare da Internet. Certo, nella
messe infinita di informazioni si tratta comunque di selezionare quelle utili,
avendo peraltro un approccio critico alle fonti. Poi è comunque
importante sapere bene cosa cercare e allo stesso modo dove poter trovare quel
che si cerca. Il restante 10% delle informazioni lo si ricava direttamente
sul campo, attraverso canali ufficiali e informali. In ogni caso è cruciale
entrare in buone relazioni con professionisti locali (avvocati, commercialisti,
giornalisti). E tanto di guadagnato se sono vicini agli snodi decisionali politico-amministrativi.
D. Quanto dura un intervento di questo tipo?
R. Dipende ovviamente
dal tipo di domanda, da una settimana a qualche mese. Oltretutto più il
cliente-azienda è preparato, più le
richieste sono mirate e meglio è.
D. Le informazioni è più facile trovarle o analizzarle?
R.
Le informazioni, in un qualche modo, si trovano sempre. Più delicata è invece
l’analisi delle stesse, analisi che può cambiare da persona a
persona. Direi che l’analisi è quasi un’arte e che riesce
bene in soggetti dotati di un’ampia cultura generale e che in vita propria
abbiano potuto far tesoro di molti errori (propri e altrui).
D. Sembra di capire che nella business intelligence lei preferisca
i generalisti agli specialisti…
R. Vero. Anche se i primi
devono avere una buona conoscenza dei secondi, ai quali poter eventualmente
far ricorso conoscendone il più possibile
le lingue.
D. La business intelligence va comunque gestita anche all’interno
delle stesse organizzazioni, non è così?
R. Sì,
lo strumento della compliance serve per esempio ad attrezzarsi nei confronti
di un processo di cambiamento esterno (si pensi alle authority, nei confronti
delle quali è meglio collaborare che essere parte passiva
delle relative decisioni). E il meccanismo delle muraglie cinesi permette nella
stessa organizzazione di limitare opportunamente, per svariati motivi, l’ambito
di conoscenze di ognuna delle sue parti.
D. Un’altra area della business intelligence è poi quella
degli scenari previstivi.
R. Le previsioni sono importanti perché è con
queste che si delineano opportunità e minacce. In questo caso si rivelanoutili
i modelli matematici, che disancorano le analisi dalle componenti emotive.
Qualche anno fa le imprese venete richiesero quote maggiori di immigrazione
prevedendo una propria crescita più sostenuta di quella che invece
opportune analisi matematiche già potevano smentire. Eche continuano
a smentire per almeno altri 3-4 anni.
D. A parte l’esempio appena fatto, in un futuro che è quasi
per definizione imprevedibile, queste previsioni ci azzeccano?
R.
Se si prendono a riferimento i tempi di una riconversione industriale (3-7
anni), nell’80% dei casi la risposta è sì.
D. E sui prossimi anni che considerazioni - di opportunità e
di minacce - le vengono subito in mente?
R. Penso alla Serbia, che
non potrà restare così isolata nel
centro dell’Europa; alle materie prime in generale, che con la prepotente
ascesa economica della Cina e dell’India continuerà a mantenere
i prezzi alti e creerà comunque dei problemi di disponibilità;
al petrolio in particolare, una volta tenuto anche conto della giovane età media,
della disoccupazione diffusa e dell’impoverimento di buona parte della
popolazione araba, sempre più schierata su posizioni anti-occidentali.
D. Quali sono le conseguenze sul business del “superpetrolio”?
R.
Numerose. Basti citare la sempre maggiore rilevanza di auto a basso consumo – i
produttori ci pensano, ma non ancora quanto dovrebbero - e la possibilità concreta
che in Italia torni l’energia nucleare. D’altra parte l’Enel
sta già facendo le sue prove generali nei vicini Paesi dell’Est
europeo.
D. Previsioni sui cambi?
R. A medio termine punterei sullo
yuan (che si sgancerà dal dollaro)
e in seconda battuta sulla rupia, valute che non escludo possano un domani
convergere in una sola. In quanto all’euro, non trovo molte giustificazioni
per la sua forza, se non l’essere una moneta orba in mezzo ai ciechi
e il subire il gioco degli altri. Negli Usa Snow e Greenspan puntano da tempo
alla debolezza del dollaro e lo fanno insieme e d’accordo, mentre in
Europa anziché due generali ci ritroviamo 1.500 colonnelli. Ciò detto,
credo che il cambio attuale del dollaro verso l’euro abbia già raggiunto
un’area di significativo ribasso.
D. Il ricorso alla business intelligence potrebbe interessare anche
le pmi italiane?
R. Anche loro potrebbero con la business intelligence
evitare una serie di errori. Molte pmi fornitrici, anche se all’estero
seguono con insediamenti produttivi il loro cliente delocalizzato, non sono
del tutto dispensate dal fare approfondimenti. Soprattutto, non sanno quanto
durerà il rapporto
con l’azienda cliente e cosa potranno fare in alternativa. E’ quindi
giusto che anche le pmi, magari consorziate secondo filiera (per dividersi
i costi dell’investimento), qualche domanda se la facciano. Così come
se la possono fare, sempre consorziandosi, a livello di settore. Ebbene, un
buon lavoro di business intelligence può dar loro più d’una
risposta.

