Dal Mondo Economico

 

sintesi tratta dall’articolo di Mario Barone per Espansione
Foto di Cristina Pica

Michele Perini
Presidente di Assolombarda

“SEGNALI DI FIDUCIA PER LA RIPRESA”


Michele Perini, 52 anni, presidente di Assolombarda e di Fiera Milano Spa, è, prima di tutto, un imprenditore innamorato del suo lavoro e capace ancora di partire alla conquista di lontani mercati esteri. Michele Perini ha voluto fortemente che il convegno biennale organizzato dal Centro Studi di Confindustria si svolgesse nella metropoli lombarda. Non accadeva da vent’anni. Può piacere o meno quello che dice ma è chiaro e diretto: due qualità rare per chi frequenta i piani alti del potere.
A lui Espansione ha chiesto di commentare i deboli segnali di ripresa della nostra economia emersi dal sesto rapporto sulla situazione delle imprese manifatturiere e di servizi nel quarto trimestre 2003, presentato da Assolombarda in collaborazione con l’Isae, Istituto di studi e analisi economica.
Nell’area milanese l’indagine è stata condotta su un campione di 300 imprese e ha rilevato un miglioramento del clima di fiducia grazie soprattutto all’andamento positivo della domanda sui mercati esteri.
Sono appena percettibili ma ci sono. Ma sul ritorno dell’ottimismo in campo economico non si fa troppo contagiare. «è vero», spiega a Espansione, «ci sono segnali di miglioramento del clima di fiducia, ma leggeri, sui quali bisogna stare molto attenti per non renderli effimeri».

A cosa si deve questo ritorno del clima di fiducia?

Che in alcuni casi la ripresa negli Stati Uniti, drogata o non drogata, sta arrivando in qualche misura anche in Italia.

Quali sono i freni per la nostra economia?

Noi abbiamo il grandissimo problema dell’euro forte, e finalmente vedo che le dichiarazioni del governatore della Banca centrale europea Jean Claude Trichet iniziano a essere preoccupate. Io lo dico da un anno e mezzo.

Per ripartire è necessario abbassare il valore della moneta unica?

Se si potesse fare una bella svalutazione dell’euro io sarei proprio felice. Non perché gli imprenditori vogliono ritornare alle svalutazioni di una volta, ma perché non si può pensare che la Bce si veda passare un 35% di differenziale nei confronti del dollaro in 14 mesi e soltanto dopo ci si accorga di questo. Le esportazioni verso gli Usa e verso l’area del biglietto verde sono in grandi difficoltà. Questo euro forte ci permetterà anche di viaggiare a minor costo. Di andare a New York e di spendere meno. Ma sicuramente non permette alle imprese di sbarcare negli Stati Uniti. Nemmeno alla mia. E infatti abbiamo rimandato il progetto.

Ma a livello energetico l’euro forte non dovrebbe rappresentare un vantaggio?

Questa è una cosa strana. Credo che la diminuzione dei prezzi dei prodotti petroliferi non avvenga perché i governi incamerano la cisa. L’elasticità del costo del greggio ha una camera di compensazione che sono le imposte le quali non sono flessibili quanto il mercato. Benefici veri con l’industria energetica come la nostra non sono evidenti.

Cosa andrebbe fatto?

Dobbiamo abbassare il livello del costo energetico. Abbiamo visto dai dati statistici che l’anno scorso è diminuito dell’1%. Per quanto mi riguarda, non ho visto nell’industria il kilowattora scendere. Rispetto a francesi e spagnoli abbiamo un costo energetico ancora altissimo. La gente lo sa o non lo sa che ancora una parte della bolletta ci serve per finanziare la dismissione del nucleare che ci è costata 25mila miliardi di vecchie lire?

Veniamo al convegno del Centro studi di Confindustria. Come mai torna a Milano?

E’ stata una mia precisa proposta. Ho voluto che Confindustria venisse a Milano dopo vent’anni perché da noi ci sono i segnali dell’industria più innovativa del Paese. Ci sono quelle imprese che saranno in grado di far fare la svolta al Paese.

Quali sono i settori più interessanti?

Ad esempio, l’alimentare, il design, il biotech, ma anche le industrie che parlano di benessere e di salute. Le persone, in Italia e in Europa, che invecchiano sono sempre più numerose. Probabilmente, man mano che gli anni passano, se dicessero loro che possono fare comodamente da casa due check up all’anno, penso che li farebbero volentieri. Differentemente se gli proponessero un bel frigorifero nuovo con un bellissimo e moderno design, e il loro frigo funzionasse ancora, non lo comprerebbero. Però se gli dicessero che è nato un frigo che consuma il 90% meno di quello che consuma il loro, si porrebbero il problema di cambiarlo.

La tendenza dei consumatori è allora più che mai orientata verso il risparmio?

I consumatori di questo continente, che sono stanchi e che hanno di tutto, spostano i loro interessi verso quei beni che hanno un maggior impatto sulla qualità della vita. Dunque beni legati all’ambiente, alla salute e anche alla riduzione dei consumi e all’innovazione tecnologica spinta. Questo è quello che Milano in questo momento rappresenta. Non abbiamo ancora svoltato la prua ma c’è già l’inizio del timone che va verso questa direzione.

Qualche azienda che segue questa rotta?

Sono tante piccole aziende collegate a centri universitari eccellenti dove, ad esempio, la ricerca sul cancro è uno degli elementi importanti. Pensiamo alle biotecnologie con la Dompè, o a centri ospedalieri importanti come l’Humanitas o il San Raffaele. Inoltre non dimentichiamo tutto quello che riguarda il benessere della persona: fitness e terme e altro ancora che possono essere anche strumenti di attrazione per il turismo. In fondo gli antichi romani ce l’hanno insegnato, le terme pliniane di Bormio, come quelle di Caracalla, erano un grande motivo di richiamo anche allora.

L’industria meccanica è invece in difficoltà?

Dai dati che vediamo abbiamo la conferma che nonostante tutto l’industria meccanica del nostro Paese tiene ancora e quindi deve investire. Bisogna però che l’Europa si metta in testa che va tutelata, non con dazi ma con strumenti di controllo sui prodotti. E va punita in maniera severissima la contraffazione.

Un esempio?

Gliene faccio uno che mi riguarda da vicino. Vede questo sito internet? è di un’azienda cinese che fa trading in Singapore. Lo vede questo marchio Sagsa? (Sagsa è l’azienda di Michele Perini ndr). Questi sono i miei prodotti eppure io non vendo niente a questi signori. I loro prodotti sono tutti contraffatti. Dato che il mio marchio è registrato ho una causa in corso. Ma la mia impresa ha un fatturato di 12 milioni e devo affrontare una causa internazionale che mi costerà una valanga di soldi. I commissari europei devono capire che la tutela del marchio e del brevetto è fondamentale.

Le autorità lombarde hanno fatto qualcosa per favorire le imprese?

Ci siamo sentiti appoggiati ma forse non abbastanza. Anche perché a volte la volontà politica si scontra con gli apparati della burocrazia che è lentissima. La burocrazia fa di tutto per mantenere il proprio potere.

Le imprese lombarde come si stanno evolvendo?

Lei ha detto: non so se consigliare a mio figlio di intraprendere la mia strada.
Dobbiamo stare molto attenti in questo momento a non delegittimare l’impresa familiare che è il motore di questo Paese. Noi ci divertiamo lavorando. Lo facciamo soprattutto per il piacere di dire: guarda che bella cosa ho realizzato. Se lei fa il conto del tempo che gli imprenditori dedicano alla propria azienda, vede che guadagnerebbero di più se fossero pagati a ore come idraulici.
Pure Parmalat però, pur se di grandi dimensioni, era un’impresa familiare. Parmalat e Cirio sono casi di truffe, non sono esempi di distorsione del capitalismo. Si tratta di degenerazione dove sono nati compromessi politici, compromessi con il sistema bancario e compromessi con il sistema dei controllori.
Controlli che sono mancati. Vorrei capire perché il signor Luigi Spaventa, ex presidente della Consob, non è mai intervenuto, quando invece banche milanesi, anche di territorio, hanno mandato lettere ai propri clienti consigliando di uscire da Parmalat; e in caso contrario facevano firmare lettere di manleva. Lo capisce il direttore d’una banca territoriale e non il presidente della Consob?
Si dice che nessuno controlla i controllori e che alcune categorie ne sono al disopra.
Guardi, io sono in battaglia contro i curatori fallimentari. Iniziamo da loro. Controlliamo il patrimonio di un curatore fallimentare prima e dopo un fallimento e facciamo l’accertamento sui beni. Lo scriva. Questo è il primo modo per far capire agli avvoltoi del sistema delle imprese che i controlli vanno fatti anche su chi, purtroppo, non ha un controllore sopra di sé. Torniamo all’industria e a cosa avrebbe bisogno per cogliere i segnali di ripresa. Innanzitutto di contrastare la cultura del declino e di recuperare la fiducia in un sistema economico che può ripartire, la fiducia in un mondo finanziario capace di garantire più trasparenza e dialogo. Inoltre abbiamo assoluto bisogno di riforme, di semplificazione burocratica, di infrastrutture e di riprendere con decisione privatizzazioni che siano vere, sia a livello nazionale che locale. Ho una mia netta impressione che il Paese sia passato da un’industria di Stato o a partecipazione statale, che aveva senso nel dopoguerra, a qualche oligopolio privato. Forse si è trattato di un passaggio economico quasi obbligato. Può darsi, ma se questa fase diventa troppo lunga, allora l’Italia si blocca. Quello che serve poi è superare la logica delle corporazioni.

Come?

Pensando all’abolizione degli ordini professionali. Se tu sei un bravo commercialista e tutti vengono da te tu potrai alzare il prezzo del tuo servizio. Se tu sei un commercialista discreto non vedo perché l’ordine ti debba proteggere. Cambia mestiere. E questo problema delle corporazioni, che riguarda un po’ tutte le corporazioni Italiane, è il problema della difficoltà della crescita del Paese. E qui non c’entra né il governo né l’opposizione, qui c’entra il dna delle persone. E qui purtroppo avremo scontri ancora molto forti.

E le imprese non fanno lo stesso?

Può essere accaduto che qualche grande impresa che un tempo vinceva all’estero, creando opportunità anche per migliaia di piccole imprese, abbia smarrito la via. E i piccoli da soli incontrano più difficoltà
Piccole imprese che però tendono a crescere.
L’impresa familiare, che ha permesso all’economia Italiana di reggere nei momenti di crisi più aspra, continua a tenere il passo, nonostante le mille difficoltà introdotte dalla globalizzazione. I piccoli imprenditori generalmente non delegano a terzi la costruzione della propria impresa. E quando io ho un patto di sindacato con i miei fratelli non mi piace che entri un quarto estraneo. Molti diranno: sarai costretto a farlo e sarà troppo tardi. Io dico: non è mica questa l’unica strada. Per esempio, anche i piccoli imprenditori Italiani possono imparare a lavorare insieme. Soprattutto in una logica di filiera per conquistare mercati esteri e avviare grandi progetti. Qui vedo un forte ruolo di trascinamento delle banche e degli imprenditori di dimensioni anche diverse. Parlo del mio caso: ho un’azienda di arredamento per ufficio.

Che senso ha che apra uno show room a Pechino?

Devo sostenere costi per promuovere prodotti che poi non saranno quelli che il mercato sceglierà. Vince invece un progetto dove una serie di attori, integrandosi tra loro, sono in grado di fare una proposta di dimensioni diverse.

Lei è imprenditore, presidente di Assolombarda e presidente di Fiera Milano. Come fa a trovare il tempo per fare tutto?

Dormo poco, lavoro tanto e rompo le scatole a tanta gente.

Tentazioni di mettersi in politica?

Non esistono. Il mio sogno è la presidenza del Milan, ma dato che il presidente c’è già, anche un piccolo posto a bordo campo va benissimo.

Lo scorso Aprile, dopo vent’anni, il convegno biennale del Centro Studi di Confindustria ha avuto luogo in Lombardia: una scelta fortemente voluta dal Presidente di Assolombarda, Michele Perini.
Espansione ha pubblicato in esclusiva la presente intervista sul tema.

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