Osservatorio Assiteca
I settori italiani in sintesi
In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola
Cosmetica
In
base ai dati Unipro (Associazione Italiana Industrie Cosmetiche),
nel 2005 il made in Italy della cosmetica ha registrato un fatturato
alla produzione di quasi 7,9 miliardi. Rispetto all’esercizio precedente,
si è trattato di un incremento dell’1,6%, unicamente attribuibile
all’andamento dell’export. Se infatti il mercato interno si è rivelato
del tutto statico, a fronte peraltro di un’apprezzabile evoluzione dell’import
(+4,5%), le vendite all’estero dei produttori italiani hanno realizzato
un +6,1%. Soprattutto in Italia, poi, i prezzi medi hanno segnato un’evoluzione
moderata, comunque inferiore alla dinamica dell’inflazione al consumo.
8.364 milioni
Dinamica del mercatoitaliano del 2005
valorizzazione al consumo
Ma all’interno del settore la dinamica è stata disomogenea anche per altri aspetti. Se si concentra l’attenzione sulle vendite in Italia, e riflettendo oramai una tendenza pluriennale, in termini di canali le performance a valore sono state soddisfacenti per le farmacie (+4,6%), per le erboristerie (+4%) e per il porta a porta/corrispondenza (+3,4%), mentre sono state chiaramente negative per le profumerie (-2,1%) e per i canali professionali (-1,1%). Più incerto dal canto suo lo sbocco distributivo del mass-market (-0,3%), in frenata dopo diversi anni di continua crescita.
Sempre in Italia, e per quanto riguarda i 14 gruppi merceologici nei quali viene riclassificato il settore, sono state protagoniste di performance brillanti le nicchie dei cofanetti trucco (+12,4%) e dei prodotti per la pelle dei bambini (+7,2%); hanno registrato evoluzioni buone, ma non eccezionali, i prodotti per gli uomini (+2,8%), le confezioni regalo (+2,5%) e i prodotti per il viso (+2%); una battuta d’arresto, invece, si è segnalata per i prodotti per le labbra (-4,6%), la profumeria alcolica (-2,1%), i prodotti per il trucco degli occhi (-1,7%) e quelli per l’igiene per il corpo (-1,4%).
6.3 %
Incidenza nel 2005 degli investimenti pubblicitari inItalia sul totale dei consumi
Per quanto riguarda il mercato estero, va detto che per il made in Italy prevalgono i prodotti industriali. Per il 2005, in termini di nostri maggiori mercati di destinazione (e in un quadro europeo a consumi altalenanti), dopo circa tre anni di contrazione degli acquisti hanno mostrato segni di ripresa la Gran Bretagna e la Germania, mentre la Spagna e la Svizzera, che in passato erano cresciuti a buon ritmo, hanno invece sensibilmente ridotto il passo. Tra i Paesi di destinazione più promettenti, Unipro segnala il Brasile, l’Europa dell’Est, la Malesia e la Thailandia.
Per il futuro del settore il presidente di Unipro Fabio Franchina mantiene un sottofondo di ottimismo, seppure (nel breve termine) moderato dai risultati già ottenuti. “Alle spalle abbiamo cinque anni di crescita in controtendenza dei consumi cosmetici”, riflette Franchina, “e in generale si è assistito a un’evoluzione della cosmetica nella percezione di pubblico, da semplice accessorio di bellezza a prodotto per il benessere della persona. E rispetto a questo nuovo concetto di benessere evoluto, l’industria italiana ha saputo adeguatamente innovare affermando una qualità distintiva dei prodotti”.
Si tratta tuttavia di una capacità di innovazione con i suoi limiti, almeno in prospettiva di lungo. E’ in tal senso la stessa Unipro a riconoscere come sul settore gravi in Italia l’ombra della ridotta dimensione media delle imprese. Ben l’80% degli aderenti all’associazione ha una taglia medio-piccola o piccola, e nessuno compare tra i 20 maggiori player mondiali. “Pur in uno scenario favorevole alle proposte italiane, il fattore dimensionale”, aggiunge Franchina, “comporta insufficienti risorse investite nella ricerca e nei processi di internazionalizzazione”. In tema di investimenti può essere rivelatore, per gli ultimi anni, anche il dato della comunicazione in Italia, pressoché ininterrottamente sceso, dal 1999 al 2005, dal 10,2% di incidenza sui consumi al 6,3%.
Come venirne fuori? Una risposta la suggerisce Roger Abravanel di McKinsey, che esorta gli imprenditori italiani ad aprire le porte alle società di private equity, che nelle aziende immettono capitali, cultura di mercato e quindi anche chance di maggiore crescita. “Alcune realtà potranno anche arrivare a quotarsi in Borsa”, dice Abravanel, “ed è desolante constatare come oggi in Italia sul listino dei titoli ci sia una sola azienda (Mirato) e solo un’altra in procinto di entrarvi (Intercos)”.

