Dal Mondo Economico
In collaborazione con Espansione
CONSUMI: TREND POSITIVO CON STILE LIBERO
Anni di post-boom e di crescita economica a rilento, di sicurezze (anche fisiche)
e di fiducie infrante. Anni quasi di smarrimento, quelli dell’Europa
continentale e dell’Italia in particolare, nei quali l’escalation
concorrenziale degli Est vicini e lontani e l’introduzione dell’euro
hanno rappresentato ulteriori elementi di incertezza. Anni, per gli italiani,
che qualcuno si spinge a definire di declino, quelli dal 2000 in poi.
Una situazione
anche a rischio di circolo vizioso, se dalle difficoltà obiettive
e da un po’ di confusione si passa – come è spesso il caso
- alla grancassa dei luoghi comuni quando non degli interessi di parte e della
demagogia. Perché le negatività producono altre negatività e
nel caso specifico dell’economia raffreddano i consumi interni, che sono
il motore principale del prodotto nazionale e degli investimenti delle imprese.
I consumi secondo l’Istat
Ebbene, nonostante tutto,
secondo l’Istat nel quadriennio 2000-2004
i consumi delle famiglie italiane sono complessivamente cresciuti a prezzi
costanti del 3% (+14,7 in euro correnti fino a 817 miliardi), con accelerazione
nella seconda metà del periodo. Non si tratta insomma della fotografia
di una spensieratezza spendacciona, ma neppure della crisi più cupa.
E questo anche considerando il 2005, che secondo fresche previsioni Prometeia
dovrebbe chiudersi con un +0,8% reale. Crescono i consumi, seppure lentamente,
e soprattutto, come vedremo, cambiano al loro interno.
Ma per tornare al periodo
per il quale i dati sono del tutto disponibili, è utile
collocare la crescita dei consumi nel suo contesto. L’inquadramento
storico non è irrilevante. Il quadriennio 2000-2004 segue innanzitutto
quello ‘96-2000,
nel quale, allora sì, si assisteva per un concorso di ragioni a una
dinamica brillante (+12,4% Istat). Soprattutto nel biennio ‘99-2000,
la forza della domanda (+8,8%) era tale che si creavano le basi di una straordinaria
saturazione per il periodo successivo. Periodo la cui dinamica risulta invece
molto simile, e anzi superiore, a quella del quadriennio ’92-96 (+2,6%).
In più per Prometeia, se si esclude il 2001, essa ricalca fedelmente
la media europea.
La crescita più recente dei consumi è poi da
mettersi in relazione all’evoluzione del potere d’acquisto delle
famiglie, il cui incremento, sempre secondo l’Istat, nello stesso quadriennio è risultato
quasi doppio. Parte del nuovo reddito reale è in altri termini stato
girato al risparmio, passato dal 2000 al 2004 dall’11,8 al 13,6% degli
introiti. Difficile quindi sostenere, almeno a livello di media nazionale,
che l’evoluzione
della spesa abbia risentito dei vincoli di bilancio famigliare, almeno fino
a quando si parla di un bilancio già chiuso e non di uno atteso. Nel
qual caso, è opinione diffusa, prevale una certa cautela.
La prudenza
degli italiani è tuttavia nel frattempo contraddetta dal
crescente indebitamento delle famiglie, che secondo la Banca d’Italia
ha raggiunto (anche grazie ai tassi ridotti) la rispettabile cifra di 160
miliardi di euro, segnando sul 2000 un +130%. Più che il segno di
un tendenziale impoverimento, tale progressione denota interesse alla spesa
e se mai – persino
in contrasto alle dichiarazioni improntate a pessimismo fornite nei sondaggi
- fiducia sulle disponibilità future. Anche perché, al netto
degli investimenti per la casa, buona parte del denaro preso a prestito è stato
utilizzato per l’acquisto di auto, mobili, elettrodomestici e persino
di viaggi e soggiorni-benessere.
Non solo. Del totale delle famiglie indebitate
con istituzioni finanziarie (5,6 milioni), secondo un’indagine Eurisko-Prometeia
di quest’anno è solo
il 16% a essere interprete di un “consumismo povero e sognante di quella
parte della popolazione le cui uscite superano costantemente le entrate”.
Per contro, la maggioranza dei debiti sarebbe contratta da soggetti moderni
con un’elevata cultura finanziaria, titoli di studio e posizione sociale
almeno medio-alti e per i quali, “tra guadagni e spese (di valore),
il denaro circola con grande disinvoltura, a dimostrazione del superamento
della vecchia cultura del contante, secondo la quale contrarre un debito
rappresenta un’azione sconveniente e colpevole”.
Ad ogni modo è da
supporre che i crescenti livelli di risparmio e di patrimonializzazione -per
la Banca d’Italia nei passati 4 anni si è passati
da 8,5 a 9,9 volte il reddito disponibile - coesistano spesso all’interno
delle stesse famiglie con posizioni a debito. Posizioni che sono in netto
incremento anche nel 2005 e che, con un valore sui redditi inferiore
al 40%, restano ben al di sotto della media occidentale, con Paesi quali
la Gran Bretagna, la Germania e la Spagna attestati oltre il 100%. Per
inciso da tale “ritardo” (dovuto
soprattutto alla scarsa solerzia dell’offerta), con implicita possibilità di
accedere in futuro con relativa facilità ad altri prestiti, derivano
per gli italiani ulteriori potenzialità di consumo.
Con questo non si
vuole ridimensionare l’esistenza di famiglie con serie
difficoltà economiche. E sarà pur vero che negli anni passati,
complice secondo molti l’introduzione dell’euro, si è assistito
come forse non avveniva da lungo tempo a una redistribuzione dei redditi
e della ricchezza, ma è tutto da dimostrare se e quanto siano
aumentate le situazioni di indigenza, almeno una volta esclusi gli immigrati
più recenti.
Soprattutto nell’ultimo anno diversi gridi d’allarme giunti
da più fonti sono risultati francamente esagerati. A cominciare
dalla supposta contrazione dei consumi alimentari, causa appunto le ristrettezze
finanziarie di una fetta (e anche ampia!) della popolazione. Nella realtà dei
numeri, anche se di poco, il settore del food & beverage è comunque
cresciuto.
Allo
stesso modo si rivela davvero incongruo attribuire l’incremento
dei consumi soprattutto alle fasce benestanti, più indifferenti
alla congiuntura, quei due milioni circa di italiani con reddito superiore
ai 60mila euro netti l’anno e che l’Eurisko rivela ancora
oggi essere molto attratti dai beni di lusso. Piuttosto, data la tipologia
e l’estensione
dei consumi nazionali, la loro evoluzione non può che essere di
massa. Dal che anche discende che il pollo di Trilussa degli acquisti
di prodotti e servizi dei quali parliamo costituisce molto spesso effettivamente
una buona rappresentazione dei comportamenti della classe media allargata
italiana, per quanto al suo interno “redistribuita”.

